Del nostro abbraccio ostinato in questa crepa in fondo al mare, Track-by-Track

“Del nostro abbraccio ostinato in questa crepa in fondo al mare” è stato pubblicato il 10.10.2020. In questo articolo ci viene raccontato direttamente da Manuel degli ZiDima, brano per brano, protagonista per protagonista.

Il nostro ultimo disco “Del nostro abbraccio ostinato in questa crepa in fondo al mare”racconta le storie di 7 persone con cui siamo entrati in contatto in questi ultimi anni, ed è per questo che abbiamo deciso di intitolare ogni canzone con il nome del protagonista della vicenda raccontata. Sono storie spesso estreme e liberatorie, ma in cui ci piace quantomeno percepire una sorta di riscatto finale, indipendentemente dalle conseguenze che ogni scelta comporta.

VALE
Il primo brano “ Vale ” da questo punto di vista è decisamente emblematico. E’
l’apriscatole del disco, ne annuncia con veemenza le tematiche. Si manifesta con la
voce che urla una delle frasi più conosciute della musica leggera italiana, quell’
“Arrivederci amore ciao” cantato da Caterina Caselli nel lontano 1970. E’ ovviamente
una delle tante citazioni esplicite presenti nell’album. Anche la nostra canzone parla
di un addio, che per quanto possa essere doloroso o perfino tragico (“soffocarsi da
sè” – “moriresti per me?”), rivendica una battaglia fatta e vissuta insieme.
Incancellabile. Indipendentemente dall’esito finale. Vale è una delle ragazze del
centro sociale Foa Boccaccio di Monza. La sua storia, la storia di quel posto e di
questi moderni combattenti che abbiamo conosciuto e frequentato per anni, ci ha
emozionato e confortato. E lo stesso videoclip, realizzato proprio dai ragazzi del
Boccaccio, è da intendersi come un doveroso omaggio a loro e alle loro battaglie.


“Arrivederci amore ciao, ognuno ha la sua battaglia e un conto aperto con il destino
Arrivederci amore ciao, ognuno ha la sua tragedia e la nasconde sotto un cuscino
come se potesse un giorno soffocarsi da sé
ogni notte chiede alla sua luna: “moriresti per me?”
Arrivederci amore ciao, tireremo giù il cielo una volta per tutte
Arrivederci amore ciao, brinderemo ai combattenti
comunque sia andata o andrà nessun inchino finale”

CHIARA
Anche Chiara è una mia carissima conoscenza, per quanto non ci si veda da
qualche anno. Peraltro non ho ancora la certezza che lei abbia capito di essere la
Chiara di questa canzone… Ad ogni modo, il testo è un invito all’abbandono, anzi un
elogio alla capacità di abbandonarsi. Lei lo ha fatto, con grande coraggio. Ha
cambiato completamente vita per non dover più scontrarsi con gli equilibri forzati di
un compromesso. E non importa di chi siano le colpe, quali le circostanze. “Sangue e
vetro” almeno per lei sono alle spalle. Adesso me la immagino ballare sbronza,
meravigliosa, irriverente, libera
.

“Aveva ragione Chiara
ci si annulla sempre per compiacere qualcun altro
lunedì merda, martedì pioggia, mercoledì morte
poi riprendiamo a corteggiare un fallimento
ma tu vuoi solo spogliarti di tutto
e ballare sbronza fino a svenire
e sussurri “ogni cosa avrà il suo addio.
ma faremo di tutto per non lasciargli anche questa soddisfazione”.
Prenditi il lusso di un gesto estremo adesso
non è colpa mia / sangue e vetro
Portiamo a spasso i sintomi
di chi ha ingoiato spine e dissipato attese
qualcosa che ci sorprenda, qualcuno che ci contenga
poi riprendiamo a maledire le circostanze
la nostra sola urgenza adesso è quella di smarrirci
abbandonare trame, scuse, aspettative
danziamo inquieti come ombre irriverenti al declino
e andiamo via da qui senza bisogno di dare più alcuna giustificazione
Prenditi il lusso di un gesto estremo adesso
non è colpa mia / sangue e vetro”

EMME
Emme è il nostro rigurgito antifascista. Emme sta per Manuel costretto a rivendicare
il disprezzo più totale e viscerale per questi “sciacalli e disumani” al potere, quando
sono sempre più frequenti i distinguo, le posizioni ambigue e le indulgenze (anche da
parte di storici o sedicenti intellettuali). Emme sta per il nome dell’ex ministro
dell’interno di questo povero Paese che si vantava di respingere e far morire in mare
i migranti. Emme sta per il più celebre dittatore finito a sventolare a testa in giù in un
piazzale. Emme è una parentesi. E’ uno sfogo di bile. E’ un monito. Una presa di
posizione. Netta. Marcata. Ancora evidentemente necessaria.

“Non vi sopporto più sciacalli e disumani
rivendico il disprezzo che da sempre vi ho portato
qui nessuno ha perdonato, né mai dimenticato
e aspetto di vedervi sventolare in giù a Loreto
come sventoli da appeso?
Non vi sopporto più ambigui ed indulgenti
nostalgici del cazzo che inneggiate alla bandiera
alla patria, alla galera, alla caccia alla frontiera
lasciarvi appesi in piazza è sempre l’unica maniera
come sventoli da appeso?”

ANNA K.
Anna K. invece è soprattutto una canzone d’amore. Il testo contiene la frase che dà
il titolo al disco. E la prima strofa è tratta da un brano dei The Death Of Anna Karina
(“Così che non potranno più prenderci”), scritto da Giulio Bursi e pubblicato nel 2011.
Giulio che ho ovviamente contattato e che mi ha dato il via libera per usare quelle
parole, su cui intanto avevo cucito addosso un’altra storia. Il titolo è quindi un
omaggio a questa band. Che ho seguito con passione per anni. Sullo sfondo
sicuramente c’è un’immagine che mi porto dietro da tempo, ed è quella di alcuni
ragazzi abbracciati di notte sul tetto di un centro sociale milanese durante uno
sgombero (la bottiglieria occupata, ottobre 2010) . La canzone racconta di questo
gesto sfacciato, magnifico, romantico e minaccioso. Che poi abbiamo voluto
riprendere anche nella copertina disegnata magistralmente da Antonio Foglia.


“Di tutto quello che è stato o non è stato dato​
di questa vita passata senza aspettare una tregua
di te che hai solo un ricordo e su ci scrivi tempesta
del nostro abbraccio ostinato in questa crepa in fondo al mare
Ci faremo trovare pronti amore
all’ombra di quello che non resta
così che non potranno più prenderci
quando tutto sarà fatto o finito
pure che non ci inseguano
li avremo staccati all’origine
Ci faremo trovare in piedi comunque
nonostante le fughe, le rese obbligate, gli scenari apocalittici
e tu sarai magnifica
e non avremo senso
così che non potranno più prenderci
Questo c’è, questo c’è tra le viscere
questo c’è: tutto l’odio sepolto davanti a te
Intanto mi preparo per il giorno in cui ti affronterò di nuovo
e non avremo occhi ma sapremo riconoscere il richiamo delle nostre cicatrici
scegli me
scegli ancora me”

ROBY
Roby è l’unica ballad dell’album, impreziosita anche da un pianoforte e dalla
suggestiva tromba di Emidio Bernardone. E’ costruita sul loop del giro di chitarra di
Roberto. Ricordo di aver scritto il testo durante una coda in tangenziale. una mattina
mentre cercavo di arrivare al lavoro. Più la coda si allungava, più il testo si
accorciava. Alla fine è rimasta solo la parte sopravvissuta all’ingorgo. Roby quindi
parla di Roberto e del nostro rapporto, di questa storia che dura da ormai 20 anni.
Qualche curiosità: il “piatto di lame” citato nel testo fa riferimento alla copertina di un
disco degli Afterhours (“Anche i milanesi ammazzano il sabato”) e le “vendette
scagliate” a una canzone di Cobardes, nostro disco del 2009, che si intitola “Ci
accontentiamo”. L’espressione “Il popolo ha fame” è un’altra citazione, è infatti la
frase che venne attribuita alla regina francese Maria Antonietta (“il popolo ha fame?
che mangino le brioche”). L’avevo anche proposta come titolo del disco. Poi per
fortuna abbiamo scelto altro. E pure la frase “Ci truccheremo al buio in tangenziale”
ha un riferimento personale diretto a me e Roby. Tornavamo a casa dopo un
concerto a Torino e siamo entrati in tangenziale che erano ormai le 6 del mattino. Ho
pensato che se quella mattina fossimo dovuti andare a lavorare avremmo avuto
giusto il tempo di “truccarci in tangenziale”, per fortuna era un giorno festivo e non ci
siamo dovuti presentare alle nostre vite parallele…

“Roby, crollano tutti sul peso degli anni
ma noi sapremo ancora farci male
Roby, le nostre vendette su un piatto di lame
avremo ancora forza per scagliarle
il popolo ha fame
Roby, nessuna infezione si cura da soli
ci truccheremo al buio in tangenziale​
il popolo ha fame”

ZITA
Zita è stata la scintilla che ci ha permesso di seguire questa strada di intitolare le
canzoni con i nomi delle persone. Durante una prova ho chiesto a Bruz, un ragazzo
che spesso passava in sala per ascoltarci, di dare un nome a questa canzone. E lui
mi ha raccontato di Zita, ragazza conosciuta durante un festival techno in Boccaccio
di cui si era innamorato perdutamente. Così ho deciso di cambiare le parole, di
raccontarmi come se io fossi Zita, quindi in prima persona usando il femminile. E ne
è venuto fuori un ritratto di una figura terribilmente sexy, ammaliante, cinica e
vendicativa
.

“Sono viva superfica demoniaca
bolle in vena la mia pena sembrerà leggera
pianto o bacio sopra un altro squarcio
sfogo l’ira che ti attira in questa mia invettiva
Cosa credi che non sappia più farti male?
se ti striscio ti rilascio il mio veleno
così caldo, così amaro, così osceno
se ti striscio ti rilascio il mio veleno
E prendo posto nelle tue ossa
e occupo tutto lo spazio che mi spetta
Dopo tutto quello che ti ho dato non ti devo più niente
dopo tutto quello che ho già dato non devo più niente a nessuno”

PAOLO E ROCCO
Paolo e Rocco sono due persone che ho conosciuto quasi 20 anni fa grazie a
questa cosa di fare musica propria con attitudine Do It Yourself e smisurata
passione. Come spesso succede, i cuori affini una volta che si trovano difficilmente
riescono davvero a perdersi. Con loro e le loro band ho condiviso palchi, emozioni,
ambizioni, tanti momenti felici e spensierati. Poi, privatamente, qualche passaggio di
vita decisamente più critico. Alcune di queste fasi estremamente fragili sono finite nel
testo della canzone. Ho cercato di raccontarle solo dal punto di vista emozionale.
E’ una canzone che parla di scelte. E di conseguenze. E di consapevolezza. Ed è
forse quella di questo disco che più sento vicina e più mi emoziona. Alla fine come
traccia nascosta c’è un dialogo tratto dal film “Eternal Sunshine of the Spotless Mind”
(uscito in Italia con il titolo “Se mi lasci ti cancello”), montato su quello che era l’intro
di Vale. Qualche ascoltatore attento se n’è accorto e l’abbiamo anche premiato. Ci
piaceva l’idea di dare continuità tra la fine e l’inizio del disco, come se queste storie e
queste atmosfere fossero finite in un frullatore e vivessero in un un loop continuo.

“Strappiamo tutti i chiodi
che ci hanno fatto male
e ci lasciamo andare
Ce la farà Paolo
che ha ucciso il senso di colpa e ha fatto ieri il suo primo tatuaggio a 40 anni​
è una frase dei Massimo Volume incastonata nella schiena da scapola a scapola
Ce la farà Rocco
a cui ho mandato per un anno ogni 4 del mese frammenti di una canzone importante
una di quella che ci hanno salvato
perché ammiriamo inutilmente
domandandoci ogni volta quando la vita verrà di nuovo a bussare
particolari presi per la coda
Strappiamo tutti i chiodi
che ci hanno fatto male
lasciamo vuoti i vuoti
e ci lasciamo andare
Stringeremo nei pugni comete
e tutte le scelte in cui non possiamo più credere
nell’intervallo di tempo tra il collasso e l’eccesso
Per quanto ancora suoneremo la stessa canzone?”

Ringraziamo gli ZiDima per averci raccontato tutto l’album in un modo così coinvolgente. Dove potete ascoltare l’intero disco?

https://gasterecords.bandcamp.com/album/del-nostro-abbraccio-ostinato-in-questa-crepa-in-fondo-al-mare

Info e contatti ZiDima

https://www.zidima.it
https://zidima.bandcamp.com

Pubblicato da gasterecords

Distro, collaborazioni, interviste, concerti e capre. Goat music for goat people.

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